L’opera di Michele Sambin: suoni e immagini per un altro linguaggio

Suoni e immagini per un altro linguaggio
Giovanni Sabattini
July 17, 2021
5
minuti di lettura

Suoni e immagini per un altro linguaggio

Potrebbe apparire peregrino se non, addirittura, fuori luogo che una rubrica di cinema si occupi, anche, di pittura. Non in questo caso: Sonorità dell’immagine – questo il titolo della mostra di Michele Sambin, a cura di Riccardo Caldura, all’Arca di Trieste – è l’ultimo tassello – solo in ordine di tempo – di una ricerca incessante. Difficile - quasi impossibile, in questo spazio – sunteggiare un percorso, come quello di Sambin, che parte dalla fine degli anni ‘60 e, febbrilmente, lungo tutti questi anni, non ha conosciuto arresti. Al contrario, Sambin ha costantemente ridefinito e rilanciato il cuore del suo discorso – come voleva Heidegger, ogni grande pensa sempre e soltanto una cosa – e il dispositivo – di volta in volta diverso - che permette di isolarlo. Il visitatore è avvertito - sin dal titolo della mostra - i quadri di Sambin sono spartiti visivi. Come i volti di Un suono a testa, gli animali in Dodici Animali, gli spazi e gli ambienti in Laguna e Blu d’acqua, l’intensa mostra triestina di Michele Sambin rilancia, con forza, quella cosa che da sempre ha occupato l’anamnesi – questo è anche il titolo del primo film di Sambin, nel ‘68 – dell’opera dell’artista padovano: il rapporto immagine-suono.

michele sambin sonorità dell'immagine
Dalla mostra di Michele Sambin Sonorità dell’immagine

Davanti alle opere esposte a Trieste, il visitatore si vede sprigionato lo spettacolo, squisitamente visivo, di una sonorità irrequieta, letteralmente, inaudita: il silenzio regna sovrano eppure, ex negativo l’asincronia di suono - a priori negato - e di immagini-spartiti squaderna la realtà, naturalmente, polemica che separa suono e immagini finendo per legarli indissolubilmente. Da anni, Sambin lavora sugli inciampi, sui ritardi, sulle idiosincrasie spazio-temporali che avvicinano – e allontano - il linguaggio sonoro e il linguaggio visivo, con l’ambizione, mai sottaciuta, di spingere la folgorazione di questo incontro multimediale e/o – come la chiamerebbe Pietro Montani - l’intermedialità costitutiva di molti suoi esperimenti verso la strutturazione di un alfabeto audiovisivo originale. La mostra triestina, dunque, si inserisce, pienamente, nel tentativo da parte di Sambin, di rilanciare, più che la sfida, la possibilità di un nuovo linguaggio.

michele sambin mostra
Un dettaglio da un’opera della mostra Sonorità dell’immagine



Lo stesso dicasi del tempo in cui sono iscritte queste opere: il lampo. Per Sambin il lampo è «elettricità dispersa non utilizzabile». Per un’istante «qualcosa si accende, tutto è chiaro» ma la forza di quell’istante si dissipa: «non è utilizzabile». Così il fenomeno naturale, così l’intuizione dell’artista. Solo après coup,quando il tempo del lampo si è fermato in un immagine, si può intravvedere il dictum,letteralmente, folgorante di quell’istante. Solo trasfigurando l’istante dellampo – rallentandolo, interpolandolo, rielaborandolo - è possibile accedere ad un tempo nuovo. Come nel caso di immagine e suono, solo disarticolando le consuetudini è possibile conquistare una lingua, completamente, inaudita. Definendo, quindi, i confini di un’ecologia dello sguardo in cui il dispositivo si fa traccia dell’ambiente – sonoro, fisico, visionario che sia – e l’ambiente diviene il tracciato invisibile – perché non ancora visto –del dispositivo.

michele sambin lampi
Da Lampi (2021) di Michele Sambin

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