Lo Specchio del Cinema

Quarto Potere, la verità in frantumi
April 1, 2021
minuti di lettura

Manka (scusate la provocazione, non potevo resistere) meno di un mese alla serata di premiazione degli Oscar e l’ultimo film di David Fincher, l’acclamato Mank, si prepara a fare incetta di premi. In preparazione alla lunga notte del 26 aprile, ci pareva necessario tornare con la memoria a Quarto Potere. Perché tra le tante cose che si possono dire – e si sono dette - del film di Fincher, una in particolare ci interessa molto, il rapporto di mutualità fra Manke Citizen Kane. Come se il primo evocasse il fantasma del secondo.

 

Il fantasma si definisce a partire dalla sua capacità dimostrasi in absentia. Se si preferisce, l’essenza del fantasma sta nella sua assenza. Qualcosa del genere accade in Mank. Del resto l’arte non è semplice rappresentazione (mimesis). L’arte non rappresenta alcunché, mitiga il reale, lo evoca. Non a caso, in una delle scene più significative di Gertrud(1964) Dreyer inquadra, al centro del frame, uno specchio vuoto. Poco dopo, Nina Pens Rode (Gertrud) sottratta alla macchina da presa appare dalla superficie obliqua dello specchio. Insomma, come la macchina da presa resuscita (da)i morti, Mank evoca Quarto Potere.

quarto potere gertrud
La scena di “Gertrud” (1964)di C. T. Dreyer

Borges presenta Citizen Kane come un giallo metafisico: un’interrogazione incessante, sfibrante, senza stasi e soluzione. Rosebudè l’ultima parola pronunciata dal vecchio C. F. Kane prima di morire. Jerry Thompson viene incaricato di svelare l’arcano. Tuttavia, l’indagine sarà destinata a fallire.

 

L’indagine della verità non solo non chiude ma conduce alla morte - ne sanno qualcosa Otello e Macbeth (figure del cinema wellessiano), ma ancor di più Mr. Clay (Storia Immortale). Ottenuto ciò che desiderava -mettere in scena una vecchia storia che si sentiva raccontare nelle stive delle navi mercantili - Mr. Clay muore. La verità non solo non è comunicabile ma è fatale. Eppure, non si può fare a meno di cercarla. La vera “storia immortale“ è la tentazione di cercare di risolvere un mistero che, come in uno specchio, si moltiplica in mille traiettorie che non chiudono (Citizen Kane) e che può spezzarsi distruggendosi (La signora di Shanghai).

Dunque, che cos’è il cinema? con Kafka: rinuncia, rinuncia, rinuncia!

la signora di shangai
Dal finale de “La Signora di Shanghai” (1947)

Welles, a ben vedere, ingaggia una battaglia contro il cinema. Torniamo a Quarto Potere, sul finale C. F. Kane esausto e rassegnato passa davanti ad uno specchio e il suo riflesso si piega, come un’onda infinita, in infinite figure. C. F. Kane - non più personaggio, non più uomo - è prigioniero del mosaico barocco del cinema – dello specchio, del riflesso. Come ci insegna Pirandello, il corpo «privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce» divenuto «un’immagine muta, che tremola per un momento su lo schermo [...] scompare in silenzio» si esilia dal mondo, in attesa del colpo di grazia da parte del cinema.

 

La lezione di Welles verrà, magistralmente, ripresa da John Cassavetes. Se Too Late Blues è un film inquietante - dei più implacabili e nichilistici di Cassavetes (assieme a A Woman under the Influence e Love Streams) - lo è anzitutto per il velasqueziano – ma possiamo anche dire wellessiano - gioco di specchi. Lo specchio riflette, moltiplica e allo stesso tempo infrange le immagini. I personaggi in Too Late Blues si scontrano con il proprio eidolon, fanno a pugni con il proprio fantasma: lottano con le immagini. Too Late Blues segna l’inizio di una querelle che Cassavetes, implacabilmente, rilancerà di film in film -fino al tragico finale (Love Streams). La stessa querelle di Cassavetes è stata – meglio, è – la cifra drammatica del cinema di Orson Welles.

too late blues
Da “Too Late Blues” (1961) di John Cassavetes

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