La verità allo specchio

Alcol e Cinema
Giovanni Sabattini
April 8, 2021
5
minuti di lettura

La verità allo specchio

Com’è possibile il cinema? Se un “genio maligno” ci forzasse a sunteggiare, in una battuta soltanto, quanto siamo venuti dicendo la settimana scorsa risponderemmo così, con una domanda: com'è possibile il cinema? Non sfuggirà l’obliquità del quesito - ben più originario del canonico, e stantio, che cos’è il cinema? Orson Welles non era interessato ai cliché. È una domanda, sin troppo, concettuale – leggi, banale - quella che chiede cosa sia il cinema. Una domanda respingente per Orson Welles. Avviluppato nella piega infinita della sua immagine muta – si tenga a mente la celeberrima scena di Quarto Potere che ci ha assillati la settimana scorsa -, in cui, per far nostre le parole di Jean Epstein, differenti «prospettive [...] si rispondevano [...], si ripercuotevano, si rinforzavano» e infine «si spegnevano come un eco» lontano ed irraggiungibile, il fantasma di Orson Welles può domandare: com’è possibile il cinema?

 

Citizen Kane, al riguardo, non c’è di nessun aiuto. L’ultima parola l’hanno le fiamme, il mistero, la rinuncia. Continuiamo a seguire Jean Epstein mentre scende le scale di un albergo le cui pareti sono completamente «ricoperte di specchi». Circondato dallo spettacolo sconcertante di se stesso – riflesso, umiliato e mutilato in infinite prospettive di un’unica piega infinita –, costretto ad accondiscendere alla tortura di uno spettacolo che distrugge «tutte le menzogne abituali» costruite intorno a se stesso, vorrebbe fuggire dall’inevitabile «movimento a spirale» che fa «sprofondare verso» quel «terribile centro» in cui spettatori vitrei - con l’indifferenza apatica di un’emulsione che si stacca dal mondo – lo obbligano a guardare in faccia la verità.

La famosa scena di "Quarto Potere" (1940)

Il cinema è possibile, anzitutto, come questo movimento elicoidale: non più, ne meno, che trovarsi faccia a faccia con il proprio fantasma. Il fantasma ci costringe ad ascoltare la verità. Come succede sul finale di Mank. Ubriaco fradicio, Hermann Mankiewicz –futuro co-sceneggiatore di Citizen Kane – fa irruzione al castello Hearst mentre l’enigmatico William R. Hearst sta tenendo un esclusivo ritrovo in maschera. Mank vuota il sacco - come si dice, in vino veritas. Hearst ascolta, in silenzio, l’esibizione della sua personale scimmia per organetto. Il buffone di corte - l’unico che, davvero, può permettersi di dire le cose come stanno - ha cantato.

 

Mank, letteralmente, vomita, la verità. Il vomito del buffonesco parresiasta è l’immagine speculare di Hearst che, d’emblée, ha la capacità di disarmare l’immagine costruita ad arte che Hearst da di se stesso, riflettendola. Mank smaschera – quale peccato peggiore per una serata in maschera?- le ipocrisie, lungamente, incrostate sulla denudata, e silente,espressione di Hearst. Come Adamo, dopo aver mangiato il frutto dell’albero su cui pendeva il divieto divino, ammutolisce. Tuttavia, al contrario del racconto biblico, non è Dio a cacciare Adamo ma è Hearst ad accompagnare alla porta Mank.

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Dal finale di "Mank"

L’ideale della verità – come l’ideale della bellezza, di cui aveva nostalgia Tarkovskij – non ha paura del fango, anzi, vi sprofonda. Come il distratto poeta laureato dei Poemetti baudelairiani, l’ideale si sporca di vomito. Il vomito – parole di Mank – è «armonia di alcol e pesce», di spirito (eidolon) e materia. Il vomito - pare dirci - è armonia di termini insolubilmente antinomici, antitetici che non trova stasi se non nel rilancio continuo del conflitto.

 

Ovvero, il movimento elicoidale della spirale fa esplodere le contraddizioni – e i sottaciuti debiti – che l’immagine riflessa deve al corpo disarmato – letteralmente, atterrito - del suo spettatore in carne ed ossa. Questo è il corto circuito, intrinsecamente, cinematografico che Mank innesca confrontando, dolorosamente, l’immagine e la sua maschera: lo spettacolo genetico della verità.

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Da "Mank"
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